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Luigi Massoero, nasce un “asilo notturno” nel primo Novecento

Posted in città by circospetto on 15 marzo 2010

Del “senza dimora” si parla, naturalmente, quando fa notizia. Di più, se muore per il freddo contro un muro del Teatro dell’Opera, di meno se, per un paio di risse, si chiude un ricovero temporaneo.

Nel 1912 Luigi Massoero dona alla città il denaro per realizzare un “asilo notturno” per chi non ha un posto dove dormire, “non un rifugio di oziosi ma di volenterosi, mancanti al momento di mezzi di sussistenza”, ma ancora nella notte del primo dicembre 1921 le pattuglie delle Regie Guardie contano 322 “senza tetto”, dei quali ben 63 addormentati al riparo del grande porticato di Palazzo Ducale (provate a farlo oggi, le porte sono chiuse).

Da allora è scomparsa la figura ottocentesca del benefattore, che spesso ha cambiato il volto della città. Alla duchessa di Galliera dobbiamo ad esempio, tra le altre cose, l’ospedale omonimo, numerose case popolari e i palazzi Rosso e Bianco di via Garibaldi, a suo marito il molo su cui sono stati costruiti i Magazzini del Cotone. Quella figura è stata sostituita dallo sponsor, da chi – spesso un’impresa – collega il denaro che offre all’apposizione di un marchio su una stagione lirica, come l’ERG, o sulla “Bolla” di Renzo Piano al Porto Antico, come gli armatori Messina (ma in questo caso il marchio è piccolo e ve lo dovete cercare, perché la struttura è stata progettata da un’archistar e a ricordarci chi ci ha messo i soldi siamo rimasti in pochi)

Ma anche da chi, con meno visibilità, sostiene le molte e variegate associazioni, spesso d’area cattolica, che si occupano di un mondo reso più complesso dai mutamenti della società. Viene da chiedersi: che fine hanno fatto i ricchi-ricchi, quelli che si possono permettere di lasciare un segno tangibile sulla vita di una città? Cogliamo l’occasione per ripubblicare qui un articolo del 1995, l’anno in cui è arrivata a Genova Terre di Mezzo, la rivista dei senza dimora nata sull’onda degli street papers londinesi e venduta – in qualche caso anche scritta – in prima persona dai senza dimora come mezzo di sussistenza, sostituto della carità e primo passo verso la “lenta riconquista di sé”. Costava 3.500 lire e, recitava la copertina, “1.600 lire del prezzo di copertina di questo giornale restano al venditore.”

Genova ha una lunga tradizione di impegno verso i più deboli. Qui, quando l’assistenza pubblica non esisteva, privati cittadini hanno creato collegi, scuole, asili, ricoveri, ambulatori, alloggi protetti. Per avere un’idea della portata del fenomeno, basti pensare che nel 1896 erano censiti ben 128 enti fondati a vario titolo da privati per aiutare il prossimo.

Ma quando, sull’esempio di altre città, i Comitati di Sestiere d’allora cercano un posto per chi non ha di dove dormire la notte, devono attendere fino al 1889 per vedersi offrire dal Comune un locale, i sotterranei di un ex convento di Cappuccini. Sgomberano le sale dalla paglia e dai tavolati con cui il Comune ha attrezzato la sede per sostituirli con brande, materassi e lenzuola; nel 1895, cento anni fa, il dormitorio accoglie in un anno nei suoi sotterranei 4.583 persone. Il problema non ha ancora, però, una soluzione definitiva.

Nel 1912 Luigi Massoero, un uomo d’affari genovese ricco e senza figli, stabilisce che alla sua morte la maggior parte del capitale vada agli Ospedali Civili di Genova per l’istituzione di un nuovo dormitorio pubblico, un “asilo od alloggio gratuito – scrive – che resti aperto tutta la notte e nel quale a qualunque ora, senza alcuna formalità, possano trovare ricovero quanti si presenteranno” (ovviamente, aggiunge, “a sezioni maschile e femminile separate”.)

In quegli anni il problema dei poveri non è trascurabile: le cucine della Croce Verde distribuiscono ogni 10 giorni in media 1.500 porzioni di carne e 3.200 di pane (accompagnate da 35 fiaschi di vino). Il ricovero, prosegue Massoero nel testamento, “è specialmente destinato a quei poverelli che si vedono attualmente fare nottata sotto i portici del Carlo Felice, in Galleria Mazzini, ecc.”. (“Ben inteso – conclude, pratico – che se Dio mi manda dei figlioli, questo testamento resta nullo.”) Massoero muore l’anno dopo, ma il suo desiderio non viene realizzato fino al 1922.

I dati ufficiali del censimento del 1921 ci permettono una ulteriore valutazione del fenomeno di quelli che allora venivano chiamati i “senza tetto”: nonostante i 170 posti dei ricoveri del Comune già disponibili, nella notte del primo dicembre 1921 le pattuglie delle Regie Guardie contano 322 “senza tetto”, dei quali ben 63 addormentati nel grande porticato di Palazzo Ducale. Più di un terzo provengono dagli altri Comuni del Regno e la nazionalità degli altri rivela già una consistente presenza di stranieri: vengono censiti cinesi, turchi, spagnoli, inglesi, austriaci, egiziani, estoni, tedeschi (ben 23) ed anche un indiano americano.

Nello stesso anno il Comune destina finalmente all’“Opera Pia Asilo Notturno Gratuito Luigi massoero” la Caserma Annona, un edificio del popolare quartiere del Molo. Due anni dopo il dormitorio è pronto e offre 300 posti letto. Le planimetrie non rivelano la presenza di una sezione per donne; esistono, invece, due piani in un’ala separata per i minorenni (oggi [nel 1995] usati come magazzino). Il “Civico Albergo Notturno” funziona subito a pieno regime e nell’ottobre 1922 la media giornaliera dei posti occupati è già di 235 su 300.

Contrariamente ai desideri utopistici di Massoero, che non voleva formalità, l’ospite viene rasato e lavato e i suoi abiti sterilizzati con il vapore ad alta temperatura e l’acido cianidrico. Per il trattamento dei casi di scabbia è previsto un intero reparto.

Nel testamento di Luigi Massoero, ricco di indicazioni e di consigli anche per il funzionamento quotidiano dell’istituzione, è presente anche un paragrafo curioso. La stampa è già il “quarto potere”, Massoero è cosciente del nuovo ruolo che le comunicazioni di massa stanno assumendo nella società, e scrive: “Interesso la stampa cittadina d’ogni partito a delegare un giornalista od anche più, ad ispezionare ogni notte il rifugio. Siccome i giornalisti lavorano di notte, tale ispezione non può riuscire loro molto grave.”

Pier Paolo Rinaldi, Terre di Mezzo n. 21, 1995

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