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Boccadasse – Strambata? No, tacchini in spiaggia (1950)

Posted in città by circospetto on 6 aprile 2019

L’aria natalizia a Boccadasse si respira con l’anticipo di parecchi mesi sulla data del calendario. A metà settembre arriva l’uomo che porta a spalle la gerla dei tacchini, e l’aria di Natale comincia a circolare. L’uomo dei tacchini è un papà Natale più giovane di tre mesi di quello classico, e infatti non ha la barba bianca. È grande e grosso, con una gran zuccata di capelli grigi nei quali stanno ficcate pagliuzze, briciole di pane, piume. Qualche volta i tacchini, sporgendo la buffa testa rossa e gozzuta oltre la rete che l’imprigiona, beccano i capelli dell’uomo, e lui si difende tirando manate alla cieca, come scacciasse mosche importune. Quasi tutte le famiglie dei pescatori comprano il tacchino. Le donne lo scelgono attentamente, lo studiano sopra e sotto, gli spalancano il becco, gli palpano il torace, gli soffiano tre le piume per osservare la pelle; gliene combinano di tutti i colori, povero tacchino intontito dalla dura permanenza nella stia viaggiante a dorso d’uomo.

Scelta la bestia e contrattalo lungamente il prezzo (sentiste i berci delle donne e le rispostacce del tacchinaio, prima di arrivare alla conclusione del commercio), il tacchino esce dalle mani del venditore e passa a far parte della famiglia boccadassina. Dopo un paio di giorni di acclimatamento fra i fornelli, la bestia viene lasciata libera sulla spiaggia, intruppata con tutte le altre uscite dalla stessa cesta. Si forma così una popolazione di pennuti che vive tra barche e reti, nasse e paglioli, per circa tre mesi, con grande sopportazione da parte di tutti, e con la gioia indiavolata dei ragazzi per i quali tacchini diventano, a seconda dei giochi, cavalli selvaggi o bufali inferociti, capi pellerossa o banditi messicani.

Quando i ragazzi non li martirizzano, i tacchini se ne stanno a ridosso delle barche a secco, appollaiati sui bordi o sui paglioli, voltando le teste di qua e di là, come gufi, e lanciando ogni poco il loro stupido richiamo. Tra il ciottolame della spiaggia beccano un po’ di tutto, dagli avanzi della pesca ai rifiuti casalinghi, e s’ingozzano di continuo con quello sconcio movimento del collo che si allunga e s’accorcia, come fosse di gomma. Qualcuno dice che i tacchini allevati sulla spiaggia di Boccadasse “sanno” di pesce. È una storia. Vi posso garantire – io io che vado ogni anno ad assaggiare quello confezionato dalla moglie del Piccin – che sono eccellenti; grossi e bianchi, teneri e saporosi, un vero boccone curialesco.

Qualche volta succede battaglia, per colpa del tacchini. Poiché ognuno è segnato alle zampe (legacci di colore, cerchietti di latta, nastri), se un segno si slega o si perde, subito le donne cominciano a discutere: mio, tuo, il mio è questo, il tuo è quello… L’inizio in sordina, da un davanzale all’altro; le battute, a rimbalzo, dalle finestre cadono poi sulle soglie delle porte, e di lì, facili facili, rotolano per le strade, sulle piazzette, fin sulla spiaggia. E la bega s’allarga, diviene generale. Una volta, nei tempi andati – sono i vecchi che raccontano – si dovette far suonare la campana per mettere a tacere tante bocche che sbraitavano per colpa di un tacchino bianco contestato da due donne, alle quali s’erano aggiunti i mariti, poi i figli e le figlie, poi generi e nuore e nipoti, poi cugini, zii, nonni e nonne, infine gli amici, sicché tutta Boccadasse ardeva di male parole e di scure minacce, e perfino il mare si era messo a ribollire, e il cielo annerito; pareva il giorno del Giudizio.

Si acquetarono solo quando la tacchina contesa, con un gran volo planato, andò a finire in mare, proprio in mezzo alla darsena. Passava in quei momento una barcata di fociani (gli eterni nemici) e quei manigoldi, senza dire ai né bai, agguantarono il bel boccone caduto dal cielo, e via sui remi, come fossero in gara. E nessuno li vide più. Fu quell’anno che la. Nattinn-a e tutti i suoi rimasero senza tacchino… Ma sono cose che raccontano i vecchi. Andateci a credere.

(Enrico Bassano, in Genova, Rivista del Comune, 1950)

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