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[Immemorabilia] De Andrè: Genova, «Due, tre cose che so di lei» (1985)

Posted in città by circospetto on 20 marzo 2014

Genova 1985

[Giovedì 18 aprile 1985 il supplemento Weekend della Repubblica è dedicato alla mostra Giappone avanguardia del futuro. Fra gli articoli che nell’occasione presentano la città, abbiamo rubato recuperato quello di un attento e acuto Fabrizio De Andrè (pre-santificazione). L’illustrazione è il fotomontaggio che accompagna l’articolo (da notare le auto parcheggiate davanti a San Lorenzo, una vista cui non siamo più abituati).]

Quanto meno si sa dell’altro, tanto più si è sicuri di conoscerlo, afferma Paul Watzlawick. Probabilmente lo afferma perché del non-conosciuto ognuno tende a formarsi una specie di chimera ideale; ma non posso concordare pienamente con lo psichiatra americano perché proprio il non-conosciuto e il malconosciuto cadono solitamente vittime dei cosiddetti luoghi comuni, che, se da una parte sono effettivamente costruiti a sostegno di una cattiva conoscenza del reale, d’altro canto ci dimostrano sempre di avere, quasi per dispetto, un fondo di verità. 

E di luoghi comuni sul più popoloso capoluogo di provincia ce ne sono anche troppi. Cosi apprendiamo da un eminente turista inglese dell’Ottocento come Genova sia “una città stretta ma non raccolta”. Allo stesso modo veniamo a sapere niente meno che dall’Alighieri che i genovesi sono “uomini diversi”, il che lascerebbe quantomeno il beneficio del dubbio circa la qualità della diversità, se il verso in questione non terminasse con il categorico “perché non siete voi dal mondo spersi”. Il bello è che i genovesi, quasi per una sorta di civetteria masochistica, più che per un insensato tentativo di esorcismo, picchiano sul chiodo del più consueto luogo comune che li riguarda, inventando massime del tipo “la salute senza palanche è come una mezza malattia”, per sconfinare nell’umorismo macabro quando raccontano che in città i morti si seppelliscono con il sedere di fuori per poter posteggiare le biciclette. Tanto per ribadire che a Genova non si è disposti a sprecare nulla.

Ebbene il forestiero che per la prima volta intenda visitare la defunta repubblica marinara fornito esclusivamente di un simile bagaglio informativo, mi pare normale che vi si accosti sospettando di incontrare una fauna sopravvissuta di accaniti individualisti di superbi e selvatici settaristi (ed il settarismo è un sentimento necessariamente antitetico all’individualismo, ne è semmai una deplorevole evoluzione), di incalliti tesaurizzatori. Questo sospetto, se oggi non è così distante dalla realtà, sarebbe stato infondato, purtroppo, se nutrito nel periodo che va dalla fine della Repubblica fino a circa dieci anni fa. Dico “purtroppo” per la mia personale convinzione che ad ogni vizio naturale del carattere, spontaneamente espresso, corrisponde una inconsapevole, nascosta virtù.

Così l’individualismo spiccato caratteristico del genovese repubblicano, se da una parte lo spingeva a crearsi la propria personale fortuna, per difenderla ed eventualmente aumentarla, lo portava, d’altro lato, quasi paradossalmente, a cercare sodalizio con i suoi simili, coinvolgendo, il più delle volte lo stesso Comune, ed a recare, quindi, un beneficio all’intera collettività. Pertanto, l’individualismo come il settarismo, la superbia come la tendenza al risparmio tendevano nell’ultimo ventennio a rivivere nel genovese come fantasmi vendicativi, come forme aberrate dalla loro natura antica ed autentica e quindi non più produttive di nulla di buono, quando non addirittura distruttive. Quindi tanto per limitarmi ad esempi di un passato prossimo, la sana lotta di classe che vide la città negli anni 50-60 dividersi fra la Genova dei Cameli e quella dei “camalli” (cioè quella degli armatori e quella degli scaricatori del porto) aveva recentemente lasciato il posto a sempre più diffondentesi menefreghismo del “si salvi chi può”, cosi la sublimazione ideologica di due opposte dottrine economiche si era risfaldata in un intollerante settarismo politico dove non c’è più nulla di ideologico e tantomeno di sublime: allo stesso modo l’avveduta economia di risparmio sempre cauta negli investimenti (ma proprio per questo più affidabile), che fece di Genova uno dei cardini del defunto triangolo industriale si era trasformata nell’ultimo ventennio in autentica sordida avarizia dettata dalla paura di futuri guai, eventualmente peggiori di quelli presenti.

Ma il genovese di questo suo deterioramento si è accorto da almeno una decina di anni a questa parte e convinto di avere pagato un prezzo troppo alto per la gratificazione di vedere partire i mille garibaldini dallo scoglio di Quarto, ha deciso di cambiare. E cambiare, per un popolo abituato per secoli all’interno della sua città-stato marinara alla partecipazione diretta di tutti i suoi componenti alle decisioni collettive, può voler dire tentare almeno di reimpadronirsi della propria cultura in tutte le forme in cui essa può ancora autenticamente manifestarsi: perché la cultura del genovese è unica ed il riappropriarsene lo può rendere di nuovo unico, così come unica è la sua lingua in quanto diversa dalle altre: ed essere diversi, quando tutto si degrada e si perverte, io penso sia quasi un dovere.

Per concludere, sprovveduto turista che ti accingi per la prima volta a varcare le porte della superba città spennacchiata, perché è a te che è diretto tutto il casino che fino ad ora mi è riuscito dilettantisticamente di esprimere, sappi che è molto probabile che tu ti imbatta in un tipo di genovese di nuovo abbastanza simile a quello descritto nei luoghi comuni e se è vero che non ti consiglio di affidare il tuo panfilo ad una ciurma di portofinesi perché rischieresti di non prendere mai il mare (l’orgoglio e 1’audacia troppe volte umiliati cedono spesse volte il posto ad un inverecondo desiderio di assistenzialismo quasi pensionistico al di fuori di ogni rischio) è altrettanto vero che se in compagnia ti dovesse scappare uno scoraggiante “vai a dare via il culo”, il genovese di oggi si premurerà di spiegarti che in effetti non si va a dare “via il” ma semmai “del culo” cioè quelle culettate cosi come si andava anticamente a darle sostenuti da due carnefici in piazza della Chiappa (leggi lastrone di ardesia) e ti farà osservare come il rituale fosse uno dei tanti riservati ai debitori insolventi e recidivi, così come è sacrosanto che il taxista a cui tu vorrai cortesemente elargire una mancia, la accetterà con lo stesso sussiego di un nobile decaduto ed il tuo gesto, pur munifico che sia, non lo commuoverà al punto di chiamarti dottore.

Un ultimo consiglio, tu che con un grande desiderio di mare vieni dalla terra non parlarne male, cerca piuttosto di capire come chi vive da secoli in funzione del mare si porti addosso come una costante patologica un insopprimibile desiderio di terra.

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